PREMESSA IMPORTANTE: La sezione dedicata alle sottoculture è stata ideata dall'amministratore del blog in quanto ritengo sia giusto conoscere i retroscena ed i perchè di tanti giovani e tanti movimenti che animano le gradinate, di Padova ma non solo. Nessuno vuole arrogarsi il diritto di appartenere a nessun movimento giovanile, ne di ergersi a portavoce. Tutte le notizie che troverete su ciascun movimento giovanile sono state prese dalla rete (le fonti di riferimento sono chiaramente indicate in coda ad ogni post), e chiunque abbia qualcosa da smentire o aggiungere può farlo tramite lo spazio "commenti". Non è interesse dell'amministratore pubblicizzare qualsiasi sfera politica presente nei vari movimenti, nè cavalcarne le spaccature che esistono all'interno di ciascun movimento. Pertanto, ognuno si sappia regolare...
La cultura Mod (abbreviazione dall' inglese Modernist) nasce e si diffonde in Inghilterra all' inizio degli anni '60: un movimento innovativo e rivoluzionario rispetto al passato, quello dei “modernisti”. La filosofia mod era questo: prendere il meglio che la società offriva, non per seguire passivamente una moda, ma per puntare alla continua ricerca di una perfezione estetica (ma non solo estetica, anche comportamentale) individuale. Per farvi parte, ai giovani dei quartieri poveri inglesi, servivano una immagine nuova, basata su un look impeccabile (smart), prendendo influenze da tutto ciò che arrivava di nuovo dal continente Europeo (soprattutto dall'Italia e dalla Francia, in quel periodo all'avanguardia nella moda): polo, maglie, scarpe, scooters, tagli di capelli erano tutti mezzi per creare il cosiddetto "total look", ovvero un'immagine nel complesso coerente ed elegante, del tutto distinta al modo di vestire della massa omologata, ma non per questo sgargiante o di cattivo gusto; un mezzo di locomozione (gli scooter Lambretta e Vespa) per essere indipendenti; infine una musica che permettesse loro di passare l’intero week-end nei clubs (inizialmente furono il R&B, il Soul e lo Ska giamaicano). Durante la seconda metà degli anni ‘60, sotto l'influenza degli Hippie, il movimento cominciò a spaccarsi in categorie, una tra queste gli Hard Mod forse quelli che si distaccarono di più dalla subcultura originale e che saranno riconosciuti come i primi Skinhead.
Nello stesso periodo si diffuse anche una musica più vicina ai gusti inglesi grazie a gruppi come gli “Small Faces”, che erano mods della East End londinese la cui passione per un certo tipo di vestiti e per certa musica era senz'altro genuina e non artefatta, i “Creation” e soprattutto gli “Who”, che sebbene considerati da molti il prototipo della "mod band", adottarono inizialmente (quando si chiamavano ancora High Numbers) il look mod su suggerimento di Pete Meaden, il loro manager. Gli Who portarono alla ribalta il fenomeno mod, fino ad allora ancora scena sotterranea di Londra, con i successi di canzoni tipo "My Generation", "I Can't Explain" e molte altre. I primi Who fondevano forti echi R&B con massicce dosi di energia e frenetica effervescenza sia dal punto di vista musicale che da quello scenico (indimenticabili i finali dei concerti in cui venivano distrutti in un rito liberatorio gli strumenti) e aiutarono a definire quello che molti al giorno d'oggi chiamano mod-sound. L’invasione di dischi soul made in USA della Stax, Motown e di altre piccole labels, determinò la nascita della scena “Northen soul”, con clubs del nord dell’Inghilterra presi d’assalto ogni fine settimana da scooters; il movimento popolare, underground, dei Mods attirava nelle piste da ballo del nord frotte di ballerini che facevano a gara con i loro elaboratissimi passi. A dare la carica giusta ci pensavano le anfetamine!
Si cominciarono ad organizzare anche i primi raduni, che divennero leggendari dopo gli scontri contro i Rockers, e più tardi i punk (il gruppo punk Exploited scrisse anche una canzone al riguardo contro i mod intitolata Fuck The Mods), degenerando in vere e proprie battaglie tra le differenti fazioni rivali nelle strade cittadine, come accadde sul lungomare di Brighton e quello di Margate. Questi eventi misero in discussione la "modern youth" (gioventù mod) in Inghilterra alla fine degli anni 60.
“Quadrophenia” (1979), basato sull'album Quadrophenia degli The Who (1973), fu il film che celebrò i fasti di questa sottocultura; i mods avevano un loro modo di intendere la vita, che si ripercuoteva sui loro gusti musicali, sul loro abbigliamento e soprattutto sul loro atteggiamento verso la società e questa opera cinematografica è una celebrazione di questa “way of life”. Quadrophenia non si libera di molti dei difetti dei film “generazionali” e di ambientazione nostalgica: l’uso smodato delle hit dell’epoca, soprattutto di girls bands, un certo schematismo nella trama, qualche eccesso predicatorio nel definire i contrasti e l’indifferenza della società inglese, il ricorso ai topos dell’amore infelice e del tradimento degli amici, una caratterizzazione troppo scontata dei rapporti tra Jimmy, il protagonista, e i suoi genitori. Jimmy difatti non ha futuro, se non quello di continuare a prendere anfetamine, ubriacarsi, darsi ad atti di vandalismo che lo identificano con il gruppo, e a comprare giacche a tre bottoni. Quando capirà che anche questo non da alcun senso alla sua esistenza, quando toglierà il velo ai suoi miti, la sua vita gli sembrerà del tutto inutile: il prototipo del giovane disadattato, niente di più e niente di meno. Ci sono però altri motivi che elevano Quadrophenia al di sopra dei film-celebrazione di un gruppo musicale o di un movimento: per certi versi, può essere considerato come uno degli ultimi frutti della lezione del Free Cinema, ovvero di quel corpus di film che rinnovò il cinema inglese alla fine degli anni cinquanta.
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